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Se Cossiga invoca il terrorismo di stato PDF Stampa E-mail
Scritto da Eva Panitteri   
mercoledý 29 ottobre 2008

ImageROMA - Ci sono passaggi, nella vita democratica di un paese, che lasciano il segno. E ci sono argini che, se si rompono, travolgono i risultati di decenni di dialogo democratico. Ci sono corsi e ricorsi che non vorremmo vedere ma che si riaffacciano: climi sociali e culturali spinti all'estremo, azioni, soprusi, provocazioni, prevaricazioni agite nel nome di elezioni democratiche vinte, che di democratico non hanno un bel niente: si stanno smontando la scuola, la democrazia, le istituzioni di garanzia, le voci libere, in nome di una politica del manganello per chiunque (giornalisti, magistrati, statali, cittadine e cittadini) osi praticare il dissenso.


Evidenti follie che non bisogna permettere divengano la nostra quotidianità. Né la norma o la normalità. La vigilanza contro soprusi e fondamentalismi della politica è quindi dovuta e doverosa, quasi un debito di gratitudine verso chi ha combattuto per costruire la democrazia. Ed è il punto fermo per garantirla -la democrazia- alle generazioni di cui oggi gli adulti hanno la responsabilità. Per questo, e per altri milioni di motivi ancora, non bisogna lasciar cadere il silenzio su affermazioni come quelle del "presidente" Cossiga quando invoca azioni che ricordano gli anni di piombo. Nostalgia dei "bei tempi andati"? In un paese che, dalla "svolta" delle ultime elezioni, rischia quotidianamente -preoccupantemente- di precipitare nelle follie del passato fascista, parrebbe proprio di si!


 

Presidente Cossiga, pensa che minacciando l’uso della forza pubblica contro gli studenti Berlusconi abbia esagerato?

«Dipende, se ritiene d’essere il presidente del Consiglio di uno Stato forte, no, ha fatto benissimo. Ma poiché l’Italia è uno Stato debole, e all’opposizione non c’è il granitico Pci ma l’evanescente Pd, temo che alle parole non seguiranno i fatti e che quindi Berlusconi farà una figuraccia».
Quali fatti dovrebbero seguire?

«Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand’ero ministro dell’Interno».

Ossia?
«In primo luogo, lasciare perdere gli studenti dei licei, perché pensi a cosa succederebbe se un ragazzino rimanesse ucciso o gravemente ferito...».

Gli universitari, invece?

«Lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città».

Dopo di che?

«Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri».

Nel senso che...

«Nel senso che le forze dell’ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano».

Anche i docenti?

«Soprattutto i docenti».

Presidente, il suo è un paradosso, no?

«Non dico quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì. Si rende conto della gravità di quello che sta succedendo? Ci sono insegnanti che indottrinano i bambini e li portano in piazza: un atteggiamento criminale!».

E lei si rende conto di quel che direbbero in Europa dopo una cura del genere? «In Italia torna il fascismo», direbbero.

«Balle, questa è la ricetta democratica: spegnere la fiamma prima che divampi l’incendio».

Quale incendio?

«Non esagero, credo davvero che il terrorismo tornerà a insanguinare le strade di questo Paese. E non vorrei che ci si dimenticasse che le Brigate rosse non sono nate nelle fabbriche ma nelle università. E che gli slogan che usavano li avevano usati prima di loro il Movimento studentesco e la sinistra sindacale».

E’ dunque possibile che la storia si ripeta?

«Non è possibile, è probabile. Per questo dico: non dimentichiamo che le Br nacquero perché il fuoco non fu spento per tempo».

Il Pd di Veltroni è dalla parte dei manifestanti.

«Mah, guardi, francamente io Veltroni che va in piazza col rischio di prendersi le botte non ce lo vedo. Lo vedo meglio in un club esclusivo di Chicago ad applaudire Obama...».

Non andrà in piazza con un bastone, certo, ma politicamente...

«Politicamente, sta facendo lo stesso errore che fece il Pci all’inizio della contestazione: fece da sponda al movimento illudendosi di controllarlo, ma quando, com’era logico, nel mirino finirono anche loro cambiarono radicalmente registro. La cosiddetta linea della fermezza applicata da Andreotti, da Zaccagnini e da me, era stato Berlinguer a volerla... Ma oggi c’è il Pd, un ectoplasma guidato da un ectoplasma. Ed è anche per questo che Berlusconi farebbe bene ad essere più prudente»

Fonte: Andrea Cangini, Quotidiano Nazionale (Il Giorno /Resto del Carlino/La Nazione)

Ultimo aggiornamento ( mercoledý 29 ottobre 2008 )
 
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