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15 ottobre 2011 a Roma PDF Stampa E-mail
Scritto da Irene Giacobbe   
lunedì 17 ottobre 2011

ImageRoma. In tutto il mondo gli indignati,  quei  99% della popolazione  che pagano  il conto dei debiti altrui  ha deciso di far sentire   unitariamente la propria voce. In tutto il mondo è stato possibile  manifestare , ma non a Roma .  In piazza c’ero anch’io, con la mia associazione   - partecipavo alla manifestazione insieme alle donne della Casa Internazionale, indignate femministe, con striscioni di protesta e denuncia.   

Volevamo parlare … con le nostre proposte di cambiamento per  il rinnovamento della politica: rappresentanza paritaria, donne e uomini al 50%, modifica delle leggi elettorali, attenzione al talento e alla competenza delle nuove generazioni …ma tutte le nostre ragioni sono state oscurate dalla violenza .
Volevamo chiedere: Che ne è del welfare? Perché  il costo della crisi lo stanno pagando le donne e i giovani; “donne tappabuchi” impiccate e strozzate dalle emergenze, dalla mancanza di lavoro e di servizi, dall’aumento dei prezzi, e lo pagano  ormai due generazioni di figli mortificati nel diritto al lavoro, nell’ aspirazione ad una famiglia, alla casa, alla salute.

Volevamo parlare di  vecchi marpioni di plurime legislature,che continuano ad accumulare debito da far pagare a chi non ne è responsabile.  E  di mandar via i politici da Bagaglino, football  e barzellette, incompetenti e ignoranti nel migliore dei casi, affaristi predatori del territorio e del patrimonio comune quando non  collusi con criminali.

 Volevamo parlare… ma la nostra manifestazione dopo un primo stop a Via Cavour , una deviazione lungo via Merulana per ricongiungerci al corteo in via Labicana , si è conclusa definitivamente all’incrocio successivo quando una seconda carica annunciata dalle “nere vestizioni” , - e prevista da tutte noi - si è ancora una volta materializzata con violenza.
Perché tanta violenza? A chi serve? E perché nessuno fa niente per prevenirla? Urlo contro un gruppo di loro che mi costringe a ripararmi in un angolo. Li copro di ingiurie.
A quel punto l’evidenza dei capelli bianchi e la scarsa prestanza fisica inducono un ragazzo, che potrebbe essere mio nipote, a fermarsi, dopo che l’ho maledetto, per rispondere alla mia domanda
“Perché fate questo , perché state distruggendo una manifestazione come questa ?” La risposta mi lascia di stucco<. “perché non ho niente da perdere e perché non ho speranze> < “e cosa pensi di ottenere in questo modo?> fugge via senza rispondermi . ma facce più anziane, di sconfitti dalla vita sono li a due passi , con caschi sottobraccio, minacciosamente pronti a fornire ragioni anche non richieste. E mentre i ragazzi dopo la carica violenta contro il corteo corrono via  insieme per S. Quintino , la polizia con scudi , caschi e camionette al seguito discende in fila per due viale Manzoni a riprendere lo spazio vuoto prima occupato dal pacifico corteo e poi dai violenti nerovestiti. Risalendo lungo  viale Manzoni incontriamo , buoni ultimi , ulteriori poliziotte e poliziotti in calma discesa.
Giriamo a destra verso S. croce in Gerusalemme , sull’angolo due giovani siciliani commentano sconsolati i fatti.  Arrivati all’innesto   con via Statilia incrociamo, ovviamente, una parte dei giovani nerovestiti scappati dall’incrocio di via Labicana . Uno in particolare, di corporatura minuta, maglietta bianca e pantaloni neri , improvvisamente afferra e butta in terra il contenitore per rifiuti; dal marciapiedi lo fa rotolare di traverso al centro strada verso le vetture e l’autobus ferme al semaforo. Ho timore che possa succedere un incidente; scatta il semaforo, le vetture e l’autobus filano via; a quel punto sopraggiungono alcuni ragazzi e ragazze, prestamente tornati indietro; dal marciapiede opposto vengono tirati giù i cassonetti e rovesciati di traverso sulla strada. Un ragazzo getta in fretta qualcosa dentro un cassonetto accostato al marciapiedi. Fa parte del gruppo anche se ha un aspetto da turista in gita: bermuda a quadretti e maglietta. Era con il gruppo quando è partita la loro carica violenta all’incrocio tra via Labicana, Via Emanuele Filiberto e Viale Manzoni; è corso via insieme a loro lungo via S. Quintino, è ancora col gruppo all’incrocio di Via Statilia. Pensiamo che possa trattarsi di una roba esplosiva o incendiaria, ci allontaniamo e giriamo a destra in via Piatti . Ferme sul marciapiedi ci sono tre ragazze nerovestite, a viso scoperto. Una di loro porta una felpa attorcigliata intorno alla testa e al collo, sta cercando di alzarne una parte a coprire il viso . le chiediamo < Perché? Perché fate questo? E perché vi nascondete la faccia> Noi la apostrofiamo arrabbiati, ma non c’è rabbia nella sua risposta , solo una patetica menzogna: si copre bocca e naso contro i lacrimogeni (che non ci sono) . <Ma  perché fate questo?>  risponde che non ha speranze, che da quattro anni ha solo lavori precari. Ribattiamo che anche noi abbiamo fatto battaglie per i diritti, altre battaglie, altri tempi, ma sempre a viso scoperto , avendo il coraggio delle nostre azioni , prendendo le botte dai celerini ma abbiamo anche saputo distinguere tra amici e non, combattere contro il terrorismo, e respinto  la violenza, e contestato i professorini col loden blu che teorizzavano la violenza e la liceità di sparare e uccidere. Scambiamo ancora qualche parola anche se le due compagne sembrano impazienti . Una di loro si è abbassata pantaloni e mutande e sta pisciando nello spazio tra due macchine mentre l’altra copre la vista lato strada. Ascoltano, poi appena tirate su mutande e pantaloni, sollecitano l’amica ad andare con loro, le stanno aspettando, corrono a raggiungere il resto del gruppo. Vorremmo continuare a parlare con la giovane istruita che abbiamo di fronte, ascoltare le sue ragioni,  ma le altre da lontano la chiamano. E mentre corre per raggiungerle la esortiamo a non varcare la frontiera, a non cadere in trappola a non pensare di respingere la violenza del potere politico ed economico che si sta scaricando su di lei usando altra violenza . 
E’ una brutta sensazione quella che proviamo mentre ci allontaniamo :  giovani convinti di essere senza speranza agiscono violenza gratuita sotto la regia di ultras aggressivi ed esperti, organizzati ed equipaggiati di caschi, maschere, mazze. Contro una manifestazione di politica indignazione, di denuncia  civile, la scena  deve essere   conquistata, l’attenzione stornata. 
Qual è il risultato ? Il violento  “casino” ha centrato   l’obiettivo di zittire le ragioni della protesta , la mala politica è salva .
Se lo scopo era questo, è stato certamente raggiunto.
 
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