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Genere e dintorni: l'impatto delle nuove tecnologie PDF Stampa E-mail
Scritto da Emma Pietrafesa e Renata Di Leo   
martedì 26 febbraio 2013

ImageRICERCA - La continua evoluzione tecnologica ha predisposto una rapida diffusione di nuovi mezzi di comunicazione/informazione. Il mutamento sociale genera nuovi stili di vita ai quali adattarsi, e l’uso di smartphone e tablet, perennemente connessi ad internet, consente alle questioni di lavoro di occupare anche tempi e spazi che dovrebbero essere privati. Di tale situazione, come rileva uno studio internazionale dell'università di Toronto con target di genere, ne risentono principalmente le donne: contattate spesso da supervisori, colleghi o clienti, riferiscono elevati livelli di stress psicologico. Al contrario degli uomini che, anche se reperibili fuori dall'orario lavorativo, si dichiaravano decisamente meno stressati. Le donne, in grado di destreggiarsi tra il proprio lavoro e la propria vita familiare esattamente quanto gli uomini, si sentono più in colpa, per il semplice fatto di essere raggiunte dal lavoro e dunque distratte impegni familiari, a dimostrazione del fatto che i condizionamenti culturali sono fondamentali nella formazione dei ruoli.

La continua evoluzione tecnologica ha predisposto una rapida diffusione dei mezzi di comunicazione/informazione: i cellulari, internet, la banda larga, e-mail, i bip-bip dei blackberry, l' esercito dei tablet, skype e le teleconferenze ci permettono di avere una continua reperibilità, soprattutto a casa, luogo deputato al riposo e alle relazioni affettive che invece si vede trasformato in un surrogato dell’ufficio. È l’era dei “workaholics”[1] ovvero gli assetati di lavoro, dell' ufficio virtuale, e di un mondo dove i confini tra dovere e piacere sono divenuti inesistenti. Basti pensare a come si sono velocizzati i tempi di comunicazione in tempo reale, di trasferimento di documenti di qualsiasi tipo, di accesso a documenti condivisi e a spazi “virtuali”, indipendentemente che i colleghi stessi si trovino in ufficio o a casa.

In linguaggio tecnico questo modo di lavorare si chiama e-work e va da sé che è una soluzione che permette di risparmiare moltissimo tempo, a cominciare dai non più necessari trasferimenti casa-lavoro che sappiamo, soprattutto nelle grandi città, possono richiedere tempi molto lunghi nonché rappresentare una notevole fonte di stress. Tale modalità lavorativa aiuta in molti aspetti la conciliazione degli aspetti di vita e di lavoro soprattutto a vantaggio delle donne; tuttavia la nuova era tecnologica ha esasperato il concetto della liquidità della attuale società (tutto è in movimento) le attività sono diventate multitasking e devono essere eseguite in tempi brevi. Se infatti le nuove tecnologie da un lato hanno reso possibile lavorare da qualsiasi postazione ed in ogni momento della giornata, dall’altro hanno creato però una maggiore dispersione della attenzione sul lavoro, determinando al contempo una forte frammentazione e interruzione delle attività durante l’orario lavorativo.

Lasciare il lavoro in ufficio, senza continuare ad effettuare le stesse mansioni a casa, permetterebbe alle persone di essere più produttive ed efficienti. Evitare di controllare e rispondere a e-mail o telefonate tra le mura domestiche risulterebbe essere il modo migliore per conservare oltre la produttività ed efficienza, soprattutto il proprio benessere psicofisico.

Questo è quanto è stato dimostrato da varie indagini, condotte in ambito nazionale ed internazionale. Ad esempio, uno studio realizzato da Charlotte Fritz del Department of Psychology della Portland State University si è basato sul somministrare questionari a un gruppo di lavoratori (in questo caso impiegati amministrativi con un’età media di 45 anni, di 7 diverse università americane) ai loro partners e ai loro colleghi, al fine di valutare, oltre alla capacità di "staccare" dal lavoro, anche il livello di benessere individuale, la qualità della vita e la produttività professionale. I ricercatori hanno riscontrato l’esistenza di una relazione lineare tra la capacità di staccare dal lavoro e gli indicatori di benessere, quali la soddisfazione circa la propria vita. Inoltre e’ stata verificata l' esistenza di una cosiddetta "relazione curvilinea" tra la capacità di staccare dal lavoro e le prestazioni lavorative. In pratica, una relazione curvilinea indica che livelli medi di coinvolgimento emotivo con il lavoro sono quelli che garantiscono le migliori performance, mentre quando questo coinvolgimento è troppo basso o troppo alto, le prestazioni tendono a peggiorare. In Germania, Sabine Sonnentag, psicologa dell' Università di Konstanz, con alcune sue collaboratrici ha coinvolto nello studio psicologi, assistenti sociali e dipendenti amministrativi di alcune organizzazioni non-profit. Sono stati studiati in maniera prospettica per un anno, con lo scopo di rilevare gli effetti a lunga distanza della capacità di staccare o meno dai pensieri e dalle preoccupazioni lavorativi. Alla fine della ricerca è emerso che chi pensava al lavoro anche al di fuori dell' ufficio andava incontro più frequentemente a sintomi psicosomatici e a una "spossatezza" emotiva che sulla lunga distanza può diventare causa di un vero e proprio burnout, una sorta, cioè di esaurimento definitivo della propria capacità lavorativa.

Secondo un altro studio internazionale con un target più orientato al genere, effettuato dall'università di Toronto, sembrerebbe che gli smartphone e i tablet perennemente connessi ad internet, tramite i quali è possibile lavorare anche da casa, nasconderebbero un oscuro "dark side". Questi strumenti tecnologici possono, infatti, nuocere alla salute dei lavoratori e in particolare a quella delle lavoratrici. Utilizzando i dati di un sondaggio nazionale condotto su un vasto gruppo di lavoratori americani, gli scienziati canadesi hanno chiesto ai partecipanti allo studio, quanto spesso venissero contattati al di fuori del posto di lavoro tramite telefono, email messaggi, etc, in merito ad argomenti legati alla propria professione. E’ stato evidenziato che le donne contattate spesso da supervisori, colleghi o clienti, riferivano elevati livelli di stress psicologico. Al contrario degli uomini che, anche se reperibili fuori dall'orario di attività lavorativa, si dichiaravano decisamente meno stressati. I ricercatori hanno, dunque ipotizzato che i motivi di questa differenza di genere risiedessero nella difficoltà incontrata dalle lavoratrici donne di conciliare al meglio i tempi di vita e di lavoro, per scoprire invece che a creare il disagio era ben altro. E’ stato infatti dimostrato che le donne sono in grado di destreggiarsi tra il proprio lavoro e la propria vita familiare esattamente quanto gli uomini, ma si sentono più in colpa, proprio per il semplice fatto di essere state raggiunte dal lavoro e dunque distratte dagli obblighi e piaceri familiari proprio mentre sono a casa. La differenza di genere risiede, quindi, tutta nelle aspettative rispetto ai confini tra vita lavorativa e familiare. Lo conferma anche Scott Schieman, coautore della ricerca pubblicata sul "Journal of health and social behaviour". "Il senso di colpa sembra giocare un ruolo fondamentale tra donne e uomini alle prese con problemi di lavoro mentre sono a casa”. Infatti sebbene le donne, con gli anni, abbiano assunto sempre più un ruolo centrale come fonte di reddito all’interno della famiglia moderna con due partner impegnati nel lavoro, ancora oggi forti condizionamenti e stigmi culturali legati al ruolo sociale (uomo-donna) segnano ed influiscono sulle idee e concezioni delle proprie responsabilità familiari. E’ possibile dunque sostenere che i condizionamenti culturali sono fondamentali e fondanti nella formazione e costruzione dei ruoli femminile e maschile già a partire dai primi anni di vita; è innegabile che questi influenzino le scelte future e spesso le aspettative anche in merito ai propri ruoli all’interno della società. Questo studio canadese ravvisa ancora oggi, a dispetto della nostra era digitalizzata e tecnologicamente evoluta, l’esigenza di “restituire ad ogni individuo che nasce la possibilità di svilupparsi nel modo che gli è più congeniale, indipendente dal sesso a cui appartiene” per raggiungere una propria completezza.

In sintesi si può asserire che il mutamento sociale genera nuovi stili di vita ai quali adattarsi. In questo caso il pericolo maggiore sarebbe quello di non riuscire a staccare mai dal lavoro, di mescolare e confondere la vita privata con il lavoro, compromettendo la qualità di vita e il proprio benessere psico-fisico, e con particolare incidenza nei confronti del genere femminile. Negli ultimi anni infatti la situazione in Europa è molto cambiata in numerosi settori lavorativi: attualmente circa il 64% della popolazione ha un lavoro a tempo indeterminato mentre è in crescita il numero dei dipendenti atipici oltre il 20%. Anche nel nostro Paese, la partecipazione femminile al mercato del lavoro si è accresciuta, anche in relazione all’aumento del tasso di scolarizzazione femminile che ha determinato un’offerta sempre più crescente e qualificata. La tradizionale giornata lavorativa di otto ore non è più la norma e l’impatto delle nuove tecnologie ha permesso l’accesso al lavoro in modalità h/24. Oltre i tempi lavorativi si sono modificate anche le attività, le competenze e le abilità dei lavoratori che devono rispondere ad altri ritmi e richieste che sono sollecitate dal nuovo mondo globalizzato.

[1] "La sindrome da dipendenza dal lavoro o sindrome da workaholism è un disturbo ossessivo-compulsivo, un comportamento patologico di una persona troppo dedita al lavoro e che pone in secondo piano la sua vita sociale".

Ultimo aggiornamento ( martedì 26 febbraio 2013 )
 
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