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Donne: fondamentale ‘esistere’ anche nel linguaggio PDF Stampa E-mail
Scritto da Eva Panitteri   
giovedì 16 ottobre 2014

ImageROMA - Usare il linguaggio di genere non è questione di “lotta femminista, ma di concordanza grammaticale!!. E non è possibile che non venga capito che non si può dire Maria Rossi, avvocato. C’è qualcosa che non va nella grammatica”. Lo afferma Edda Billi, dell’Associazione Alma Sabatini in apertura del convegno svoltosi ieri, 15 ottobre, alla Casa internazionale di Roma, organizzato insieme alle associazioni SNOQ Donne e Informazione e Gi.U.Li.A Giornaliste. Edda Billi e Cinzia Romano hanno dunque animato l’incontro moderato e coordinato da Silvia Garambois. “In tempi come questi -dice Billi- in cui la gente viene ammazzata dappertutto, dove l’Isis impazza, dove si muore di ebola, in questo orrore sembra quasi un vezzo parlare dell’uso non sessista della lingua […] ma NO, non è un vezzo, è una parte della nostra libertà! Esistere come donne anche parlando è importantissimo.”

In una sala piena di donne, in un incontro volutamente organizzato in uno dei luoghi simbolo delle battaglie di parità, si è riflettuto su come il cattivo esempio parta e si perpetui anche attraverso le istituzioni: stupisce infatti la scelta delle attuali ministre di farsi chiamare al maschile dalla stampa e nei siti istituzionali. ‘Resistono’ paradossalmente al linguaggio di genere molte donne ai vertici di posizioni di prestigio. Restano “Ministro” dunque le ministre, come restano “Segretario Generale” Susanna Camusso (CGIL), e “Direttore” Bianca Berlinguer (Tg3).

Alma Sabatini, sollecitata dalle istituzioni, nel 1987 scrisse le linee guida per l’uso non sessista della lingua italiana, ma, come ricorda la moderatrice Silvia Garambois, rispetto al primo momento di rottura, sul linguaggio di genere negli ultimi anni si è tornati indietro, e “la cosa che lascia più l’amaro in bocca, è che in qualche modo sembra più difficile, oggi, recuperare quel terreno”. E’ importante, invece, sottolinea, non perdere la memoria e recuperare attraverso questa la capacità di azioni concrete. Al di la delle provocazioni, chiede: “quali strumenti possono essere messi in campo?”. Vero è che certe cariche nel passato non erano ancora mai state assunte dalle donne, ma ai giorni nostri, dato che non vi sono più ruoli professionali preclusi alle donne, l’omologazione al maschile fa perdere alla donna quella parte di sé che la definisce, ammonisce Edda Billi. Molte donne e giovani donne che oggi rifiutano il femminismo, afferma Paola Mastrangeli (Ass. Alma Sabatini) hanno perso quello spirito iniziale di scoperta di se e delle altre donne, quello che ha portato a tante conquiste civili, e ad una fortissima affermazione dei temi di parità promossi dal femminismo negli anni ottanta.

Nella ricerca di una soluzione che risvegli da sonni ed oblii e che porti al superamento di tali resistenze, bisogna però avere anche l’onestà di fare autocritica, suggerisce poi Cinzia Romano: “Molte donne sentono di aver fatto molta fatica ad arrivare dove erano gli uomini […] quindi sembrano sentirsi risarcite dall’uso del termine al maschile e non di aver giustamente con il loro lavoro guadagnato l’autorevolezza ed il rispetto che le hanno portate ai vertici in una data situazione”. E’ importante quindi ripartire da noi, formare bene le nuove leve del giornalismo, aggiornare le professioniste ed i professionisti di ogni età all’importanza di questo aspetto, segnalandolo anche alle donne nelle istituzioni.

Si tratta di riabituare le persone all’uso delle regole della grammatica italiana (che non prevede il genere neutro come l’inglese) attraverso il faticoso lavoro del buon esempio quotidiano. Chi si occupa di comunicazione dovrebbe evitare assolutamente l’errore, troppo spesso commesso da redattori e redattrici, di chiedere ad una ministra se preferisca essere chiamata ministra o ministro (ad un ministro chi mai lo chiederebbe?), riappropriandosi sia delle regole della grammatica che di un certo orgoglio professionale. Tanto dalle Associazioni, come anche “da private cittadine motivate”, dice Garambois, dovrebbe pervenire “un richiamo alle giovani che sono nel governo. Oggi abbiamo qualche strumento in più per insistere e non lasciare gli appelli alla buona volontà” le fa eco Romano. Altro punto di attenzione sono i siti web delle istituzioni, che sembrano ‘parlare’ esclusivamente al maschile. C’è dunque molta confusione nella carta stampata come nel web, e negli stessi articoli troppo spesso la stessa professionista è definita sia al maschile che al femminile. Comunque, sottolinea la professoressa Stefania Cavagnoli, del Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università di Roma Tor Vergata, “questa oscillazione che è confusione è dal punto di vista linguistico un grosso segno positivo: finalmente scardina”. Il lavoro delle giornaliste qui è fondamentale anche perché molte opposizioni provengono da coloro che sostengono che usare il linguaggio di genere “suona male”. Ma suona male solo ciò a cui non si è abituati.

Alessandra Mancuso (Gi.U.Li.A) concorda che tale confusione sia un buon segno, perché “vuol dire che sta iniziando a prodursi un cambiamento, che però deve essere accelerato”. Gi.U.Li.A a questo proposito punta sui corsi di aggiornamento professionale (formazione obbligatoria) “ed è un’esperienza farli, perché ci sono le contestazioni da parte dei colleghi: quando si parla di stereotipi in generale la resistenza è minore perché non c’è identificazione ma quando si parla di linguaggio hanno appena scritto il giorno prima il testo in cui hanno usato ‘avvocato’ e si sentono messi in discussione, reagiscono, contestano, obiettano”. Comunque “il cambiamento è in cammino perché il cambiamento del linguaggio sta diventando meno una questione ideologica, cosa che sta facilitando l’adozione del corretto uso […] come grammatica destinata, ma le resistenze sono profonde da parte di colleghi e colleghe”. Per questo, continua Mancuso, “dovremmo provare ad immaginare un’azione che sia più incisiva, di apertura di un dialogo” e provare a “capire come andare avanti e che azioni mettere in campo per far emergere sempre di più la necessità impellente di cambiare.

Molto profonde sono anche le contraddizioni e le mancanze di coerenza che caratterizzano il linguaggio. Bisogna riconquistare allora in pieno anche la dignità del linguaggio e superare “la logica della minimizzazione” su tutti gli aspetti che riguardano le donne. Lo afferma Luisa Betti (Gi.U.Li.A), che identifica l’uso del maschile per parlare delle donne come un modo per sottolineare che “sei li per caso, ma che a breve al posto tuo ci sarà un maschio”. Non riconoscere il genere femminile nel linguaggio è già una violenza, e se a non riconoscerlo è proprio una donna, si configura una sorta di auto-violenza, un azzeramento della propria identità. Questo, nel caso della violenza sulle donne, trasmette anche il terribile messaggio che “tutto quello che succede ad una donna è senza importanza”. E sdogana la violenza dal biasimo che invece dovrebbe suscitare.

La parola femminicidio, ad esempio, all’inizio non piacque a nessuno, a partire proprio dalle donne. Poi è entrata in uso in America Latina, e pian piano, a forza di usarla anche da noi è stata accettata. In conclusione, le parole, come tutte le altre cose, non sono neutre. Così, per usarle bene, per costruire circoli virtuosi anziché circoli viziosi, serve diventare tutte e tutti capaci di scegliere quelle che si vanno ad usare, prestando attenzione al modo ed al contesto nei quali vengono trasferite. Con coraggio, e con la capacità di scegliere di fare una comunicazione che promuova i principii di uguale rappresentanza e rispetto di genere. Senza paura. Senza remore. Sempre.

Ultimo aggiornamento ( venerdì 17 ottobre 2014 )
 
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