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Femminicidio -Cosa cambia dopo Istambul PDF Stampa E-mail
Scritto da la redazione   
lunedì 21 marzo 2016

ImageNapoli - 21 marzo 2016-  Si è tenuto a Napoli  giorno 17 marzo  il processo per il femminicido di Giuseppina Di Fraia .Era il secondo grado di giudizio, il primo processo si era concluso con una condanna all'ergastolo e in appello la sentenza,  ancora una volta severa, riconferma la perna, non l'ergastolo ma trenta anni . Di seguito il resoconto che ne hanno dato   per le donne e le associazioni presenti in aula: Udi, Assemblea delle donne, Consulta regionale .

Carla Cantatore e Giuliana Cacciapuoti 

Ecco il resoconto della giornata: 
Il processo di appello contro Vincenzo Carnevale si è tenuto presso la corte d’appello di Napoli, il 17 Marzo. 
Costituiti in parte civile la famiglia di Giuseppina di Fraia, il Comune di Napoli, l’associazione Maddalena. 
Avvocati delle parti civili Maria Pia De Riso, Davide Diani e Alessandro Motta. 
Le donne in attesa della sentenza erano dell’UDI, dell’Assemblea delle donne per la restituzione, della Casa delle donne, della Consulta Regionale della Campania ed altre associazioni. 
Per la giunta napoletana era presente l’assessora Alessandra Clemente. 

     
 

Le donne in attesa della sentenza erano dell’UDI, dell’Assemblea delle donne per la restituzione, della Casa delle donne, della Consulta Regionale della Campania ed altre associazioni. 

Per la giunta napoletana era presente l’assessora Alessandra Clemente. 

Giuseppina Di Fraia è morta nel 2013, uccisa dal marito in modo atroce: prima investita con l’auto, poi l’ha cosparsa di benzina e le ha dato fuoco. 
All’assassino, Vincenzo Carnevale, era stato dato l’ergastolo in primo grado, in appello, la pena è stata ridotta a trent’anni di reclusione. Complessi motivi legati “a ragioni tecniche”, che rimandano alla lettura del dispositivo, hanno determinato la riduzione della pena, rimasta comunque severa, come non sempre avviene.

Molte volte abbiamo assistito a processi per femminicidio, sia in primo grado che in appello, conclusi con condanne inspiegabilmente miti, risultate dell’applicazione di attenuanti a volte fantasiose, specchio di un’idea dominante e radicata dove il valore della vita di una donna è determinato dallo sguardo degli uomini che amministrano la giustizia e la politica. 

Una volta tanto la pena è restata rilevante, i motivi tecnici non hanno determinato una sentenza vergognosa: per l’equità di un giudice, per la bravura delle parti civili sostenute da una famiglia compatta e dalla presenza di tantissime donne militanti. 

La lotta al femminicidio, dai casi che si concludono con la morte della vittima a quelli di stupro, molestie, percosse, riduzione in schiavitù, non si misura sulla rilevanza delle pene, ma queste sono importanti. Sul piano concreto nell’impedire la reiterazione dei reati da parte del singolo criminale. Dal punto di vista culturale e umano, mondialmente, la pena viene riconosciuta parte del risarcimento dovuto alle vittime e al genere femminile, permanentemente e sottilmente condizionato dalla minaccia dell’espressione violenta del controllo maschile. 

L’attenzione su questo processo e la presenza numerosa delle donne in aula e poi fuori da questa in attesa del verdetto, ha quindi un significato preciso e strettamente legato alla titolarità del movimento a esprimere vigilanza, al di là di permessi e costituzioni in parte civile, titolarità riconosciuta dalla Convenzione di Istanbul. Lo stesso giudice ne era consapevole, esprimendo in toni cortesi la preghiera di attendere fuori dall’aula la fine del dibattimento, per poi rientrare solo al momento della lettura della sentenza “pur comprendendo l’interesse moralmente legittimo delle donne a presenziare”. 

Un processo non dà tutte le risposte, ma è una precondizione per affrontare con maggiore serenità le altre e più grosse domande che restano aperte e problematiche anche nella loro formulazione. 

Le parole per dirlo non sono quelle di uso comune: si è dovuto fondare, con coraggio e non senza le continue contestazioni un linguaggio alternativo. 

Sono i corpi a suggerire le tante parole che ancora non ci sono: i corpi delle donne le cui facoltà sono continuamente oggetto di una predazione guerresca, e i corpi degli uomini che si macchiano dei crimini verso le donne e i loro figli. 

Durante un processo per femminicidio osservare l’autore del crimine non è un esercizio di curiosità crudele bensì un mezzo, forse il migliore per comprendere a che punto siamo, in modo diretto e senza ideologie. 

Vincenzo Carnevale è un uomo dallo sguardo vuoto, quello visto tante volte, un soggetto che processualmente è stato riconosciuto ignorante e disoccupato per vocazione, da parte sua nient’affatto stupito di trovarsi dietro le barre. Per lui essere in prigione o altrove sembra irrilevante. Il suo è lo stesso sguardo di uomini acculturati, con un lavoro e un ruolo nella società, uniti tra loro non nel destino ma da una profonda essenza qualitativa. Per fino i modi e nelle scelte temporali si assomigliano, nelle loro esecuzioni capitali comminate a donne non più rispondenti alle loro esigenze. Tutti questi uomini apparentemente differenti, ormai, sanno che se verranno scoperti pagheranno un prezzo, e sanno che se la vittima è la moglie, la compagna, la fidanzata, la ex, saranno, in buona percentuale, scoperti. 

Bisogna chiederselo il perché quegli uomini, generalmente sani di mente, nel perseguire l’eliminazione di una donna, considerino accettabile la perdita del controllo sulle loro vite. Il loro atteggiamento lo dice e volte le loro parole lo significano. Bisogna chiedersi perché il sopprimere quella donna che ormai considerano incontrollabile, quindi ormai comunque perduta, sia un atto che in qualche modo li realizza, fino al punto “di poter smettere di vivere”, per poco, per molto tempo o per sempre. Quello sguardo vuoto è quello di chi ha concluso e ha vinto abbastanza. Tutto questo assomiglia a un mandato, a una missione che solo apparentemente contraddice un ordine. 

Non si tratta di rubare il lavoro all’antropologia o alla psicologia criminale, il movimento femminista antiviolenza si pone domande politiche: la domanda ineludibile riguarda quel mandato e la ricerca delle parole efficaci per smascherare chi lo emette. 

Udi di Napoli (Stefania Cantatore) 


19 marzo 2016
 
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