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Le parole giuste restituiscono dignità alle donne ed alle loro professioni PDF Stampa E-mail
Scritto da La Redazione   
venerdì 19 aprile 2019

ImageLINGUAGGIO DI GENERE - La discriminazione di genere passa anche dall’uso di un linguaggio pubblico stereotipato. Se il femminile nella lingua italiana esiste, perché si usa poco? Non sarebbe ora di salutare quegli estenuanti equilibrismi linguistici sinora prodotti pur di evitare il femminile, o le scorciatoie che non la smettono di strapazzare il povero colore “rosa” per parlare di donne? Con il manuale “Donne, Grammatica e Media” ideato dalla rete GiULiA Giornaliste, nel 2014 arrivano nelle redazioni italiane i primi suggerimenti “per un uso corretto del linguaggio”. Con il convegno “Decliniamo al femminile - Oltre il maschile grammaticale universale” organizzato dalla Rete Centri Antiviolenza di Raffaella Mauceri a Siracusa nel 2015 si torna ad evidenziare un particolare aspetto: il femminile manca soprattutto per dichiarare i ruoli istituzionali e le professioni più prestigiose. Così ministra, architetta, rettora, magistrata, ingegnera, sindaca, avvocata -solo per citarne alcune- sono tutt’ora parole che i media, i social e le persone in generale tendono a schivare o eludere. A volte producendosi in improbabili giri di parole, a volte dando vita ad una comunicazione che pasticcia non poco con le concordanze, perpetrando resistenze che di fatto “contribuiscono a rendere praticamente invisibili le donne e le loro professioni”. Sarebbe diverso se più donne fossero ai vertici della vita pubblica e delle istituzioni? Molta strada è stata fatta e moltissima si dovrà ancora farne se dal 2014 al 2019 (repetita iuvant sia di consolazione) si leggono ancora articoli pieni di questi errori e si riflette sulle stesse tematiche. Per approfondire proponiamo due link.

DA VEDERE: Intervista di Nadia Germano, riprese di Silvia Baracchi 21 mar 2015

DA LEGGERE: Articolo di Vera Gheno 17 Aprile 2019

Ultimo aggiornamento ( venerdì 19 aprile 2019 )
 
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