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Femminicidio di Piacenza: stereotipi e pregiudizi non sono 'informazione' PDF Stampa E-mail
Scritto da La Redazione   
lunedì 09 settembre 2019

ImageFEMMINICIDIO & MEDIA – Massimo Sebastiani (reo confesso) uccide Elisa Pomarelli (volutamente non mostriamo loro foto) e quasi tutti i media raccontano il femminicidio di Piacenza con una valanga di stereotipi. «Eppure in tanti -anche direttori- hanno firmato il Manifesto di Venezia.» La Redazione di Power&Gender concorda col fatto che titoli come «“L'amava, ma lei l'aveva respinto”. “Un gigante buono incapace di fare del male”. “Voleva tornare con lei, ma la donna aveva deciso di chiudere il rapporto”. “Un raptus per troppo amore”» ingrossano «l'elenco delle parole sbagliate per raccontare la violenza sulle donne che si arricchisce, ad ogni femminicidio, di nuove giustificazioni per il colpevole e di nuove coltellate alla vittima, che scompare, non solo fisicamente: è una figura marginale nella ricostruzione, verso di lei non c'è rispetto, al massimo attenzione morbosa […] il racconto concentrato sull'uomo, e sui complici, quasi si cercasse una spiegazione per riabilitarli.» Poi ci sono le parole rimosse, che rimuovono l'identità: Elisa era lesbica.

Questa volta comunque l’opinione pubblica sul web -e non solo- si ribella. E si ribellano le associazioni ed i colleghi e le colleghe che fanno giornalismo e non sensazionalismo: l’invito a queste testate è che si recuperino le lacune tornando ad informare correttamente, responsabilmente, in maniera etica e professionale: «le Commissioni Pari Opportunità di Federazione nazionale della Stampa italiana, Consiglio nazionale Ordine dei Giornalisti e Usigrai e l'associazione Giulia Giornaliste denunciano, ancora una volta, la mancata applicazione del Manifesto di Venezia: le cronache di oggi, e dei molti casi, purtroppo quasi quotidiani, sono in palese, pericoloso contrasto con una informazione “attenta, corretta e consapevole del fenomeno della violenza di genere”. » Leggiamo ancora troppi «articoli zeppi di stereotipi e pregiudizi, che sembrano negare l'esigenza di un profondo cambiamento culturale, che deve partire dall'informazione. L'uso di termini come raptus e amore ha il solo effetto di fornire una cronaca distorta di crimini efferati dettati solo dalla volontà di annientamento.

Cpo Fnsi, Cpo Cnog, Cpo Usigrai e Giulia si impegnano ancora di più per una formazione sui contenuti del Manifesto di Venezia, sottoscritto da centinaia di colleghe e colleghi -per quello che riguarda il servizio pubblico, inserito nel contratto giornalistico della Rai- ma ancora scarsamente conosciuto e applicato. Il diritto di cronaca non può trasformarsi in un abuso e in uno sfruttamento a fini 'commerciali', per qualche copia o qualche clic in più: l'attivazione dell'Osservatorio sul Manifesto e i corsi devono essere accompagnati da una diversa sensibilità nel racconto dei femminicidi, senza trasformare l'informazione in sensazionalismo, causa principale di una perdurante asimmetria di genere.» (Redazione GiULiA Giornaliste)

Ultimo aggiornamento ( mercoledì 11 settembre 2019 )
 
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