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Home arrow Numero 35 arrow La Cina che non vorremmo vedere
La Cina che non vorremmo vedere PDF Stampa E-mail
Scritto da Eva Panitteri   
sabato 15 marzo 2008

ImageTIBET- Le proteste dei monaci buddhisti e del popolo tibetano in atto in queste ore a Lhasa, vanno sostenute: per il rispetto dei Diritti Umani e delle libertà fondamentali di parola, di opinione, di assemblea, e per il rispetto delle vite che in queste battaglie stanno andando perse. Ma la condanna all’operato della Cina, sulla brutale repressione militare culminata con decine di arresti e contro le violenze che si susseguono in questi giorni in tutto il Tibet e nei grandi monasteri di Ganden, Sera e Drepung, oltre a dover essere unanime, è sopratutto doverosa. Nonostante sia "impossibile boicottare le Olimpiadi" come denuncia una vignetta di Ellekappa dalle pagine di Repubblica (15 marzo), perchè "si rischierebbe un incidente diplomatico con gli sponsor”, la protesta corre sul web. Uno dei maggiori problemi della Repubblica Popolare Cinese –secondo il Dalai Lama, Premio Nobel per la Pace 1989- è l’incapacità di comprendere che con l'uso della forza delle armi non si otterrà nessuna stabilità duratura. Soprattutto nell’imminenza di quelle Olimpiadi, che prima di tutto dovrebbero incarnare l'espressione dei valori del dialogo globale.

In una Cina dove le elezioni legittimano e riaffermano sempre lo stesso regime -il presidente cinese Hu Jintao è stato infatti rieletto ad un secondo mandato di cinque anni dall'Assemblea Nazionale del Popolo con il 99,7% dei voti quasi (ANSA)- si moltiplicano gli arresti e le torture dei reporter, dei sostenitori dei Diritti Umani, dei loro avvocati, dei dissidenti, e sono già stati oscurati quasi tremila siti Internet.

Del resto, si legge in un comunicato stampa de Gli Amici del Tibet “il regime autoritario cinese è il più grande stato killer del mondo, con circa 10mila condanne a morte l'anno (più del 77% delle esecuzioni accertate sul totale mondiale)”.

“In Tibet –prosegue il comunicato- la Cina da mezzo secolo sta perseguendo una politica di annientamento dell'identità e cultura tibetane, anche attraverso l'emarginazione linguistica e i massicci trasferimenti di popolazione cinese (genocidio per diluizione) assieme alla distruzione e al saccheggio del 90% del patrimonio artistico e architettonico tibetano, all'uso devastante, anche fino alla morte, delle torture fisiche e psichiche sui prigionieri politici, monache e monaci buddhisti, arrestati spesso solo perché in possesso di una foto del Dalai Lama o per aver gridato la loro voglia di indipendenza e la loro lealtà al Dalai Lama.”

Ultimo aggiornamento ( sabato 15 marzo 2008 )
 
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