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Home arrow Numero 37 arrow Storie di aborto e di donne: l'esperienza di Margherita
Storie di aborto e di donne: l'esperienza di Margherita PDF Stampa E-mail
Scritto da EP   
domenica 06 aprile 2008

ImageROMA - Siamo al terzo appuntamento con la storia di Margherita, la donna di Roma che per una interruzione di gravidanza volontaria si trova stretta nelle maglie un’obiezione di coscienza che strangola -sino di fatto a paralizzarle- le strutture sanitarie pubbliche. La testimonianza e l'esperienza di Margherita, svelano attraverso il resoconto, realtà dell’aborto ignorate dai media, in favore di aspetti dai toni senzasionalisti. Una storia che esce dalla sfera del personale per contrastare tutte le speculazioni ideologiche sull'interruzione di gravidanza.

TERZA PARTE


“Giovedì mattina alle 9 avremmo cominciato l’induzione e se tutto fosse andato per il verso giusto venerdì mattina sarei potuta già essere dimessa. Chiedo dove sarò ricoverata e mi fa molto piacere apprendere che non starò in maternità ma a ginecologia, la dottoressa ci tiene a sottolineare giustamente che si cerca di tenere separate le donne che devono abortire da quelle che stanno per partorire o che hanno partorito. Faccio presente infatti che poco prima per cercarla ero stata indirizzata da un’infermiera al reparto maternità e appena ho visto la nursery sono scoppiata in lacrime. Aggiungo anche che probabilmente il pianto mi accompagnerà per tutti i giorni che starò qui in ospedale e lei mi dice “no signora lei può piangere il giorno prima e il giorno dopo, ma giovedì quando cominceremo l’induzione non deve piangere, deve essere attiva altrimenti potrebbe metterci più tempo”. La dottoressa inoltre mi dice che il fatto di aver già partorito due volte dovrebbe agevolarmi e probabilmente il miniparto non durerà molto.


Il colloquio con questa dottoressa mi ha trasmesso un po’ di tranquillità, ero arrivata in ospedale molto preoccupata non solo per la cosa in sé che avrei dovuto affrontare, ma anche per il contesto in cui mi sarei trovata. Lei si è dimostrata molto attenta, non tralasciando piccoli particolari che per una donna che si trova in una situazione di estrema fragilità come ero io in quel momento sono molto importanti. Tra le altre cose si è preoccupata anche di mio figlio, mi ha chiesto innanzitutto come avevamo affrontato con lui la morte della sorella e successivamente se lo avevamo già informato che questa gravidanza non sarebbe andata avanti. Rispetto a quest’ultimo punto mi ha dato anche dei preziosi consigli che io e mio marito abbiamo poi utilizzato. Infine mi informo sulla possibilità che una persona possa stare con me durante l’induzione. Mi risponde che è consentito e che sarebbe meglio se fosse una donna: “..perché i mariti a un certo punto li dobbiamo far uscire”. Rispondo che si tratta di una mia amica che fin dall’inizio si è offerta di accompagnarmi in questo percorso doloroso e che comunque mio marito in quei giorni era impossibilitato a causa di un terribile mal di schiena.


Passano sei giorni e puntuale alle 8.00 di mattina mi presento al pronto soccorso maternità del S. Giovanni con il foglietto preparato dalla dottoressa e indirizzato alla caposala. Aspetto un pò e poi finalmente mi fanno entrare in una stanza dove a quell’ora (saranno state circa le 9.00) ci sono solo infermieri, una delle quali mi fa domande solo di tipo burocratico (nome, cognome, data di nascita, ecc.), per poi farmi accomodare di nuovo fuori dicendo che devo aspettare la dottoressa di turno. Dopo circa un’ora mi chiamano di nuovo, entro nella stessa stanza che è molto più animata della volta precedente, ci sono diversi infermieri, un ginecologo sta parlando con una paziente straniera e capisco che ci sono problemi di comunicazione perché la signora non parla italiano, il medico, un pò infastidito, parlando con un’infermiera dice qualcosa che non capisco ma la apostrofa dicendo “sta cinese …”.


Quello che sento mi innervosisce molto è una signora come me che forse sta lì per lo stesso motivo. Mi siedo accanto a questa signora “cinese” e di fronte a me c’è una dottoressa bionda che comincia a farmi le solite domande: prima gravidanza? ecc. (ogni volta per me è come buttare dell’alcol su una ferita aperta parlare della mia bambina morta e di quest’altra gravidanza che non andrà avanti, ma racconto tutto cercando di non tralasciare nulla pur concentrandomi solo sugli aspetti che penso possano interessare il medico, e le lacrime mi hanno sempre accompagnata in ciascuno di questi colloqui). A un certo punto la dottoressa mi chiede il responso della villocentesi, ne prende atto, trascrive alcune informazioni su quella cartella che aveva cominciato a compilare un’ora prima l’infermiera e vi infila il referto della villocenetsi. Poi dice che mi deve visitare: sempre nella stessa stanza dietro una tenda c’è un lettino ginecologico e un ecografo. Prima mi visita internamente e constata che l’utero è chiuso, successivamente effettua una ecografia al feto. Durante la breve ecografia chiedo se c’è il battito fetale visto che la precedente ecografia risaliva a due settimane prima, la dottoressa evidentemente interpreta questa mia domanda come un dubbio rispetto alla IVG perché mi dice “signora, ma con una patologia così grave battito o non battito non c’è molta possibilità di scelta …” faccio presente che la mia era solo curiosità, tutti i medici con cui ho parlato mi hanno ben spiegato che si tratta di una patologia incompatibile con la vita e quindi la IVG di fatto non è una scelta ma una strada obbligata (allo stesso tempo penso che però lei non mi aiuterebbe ad interrompere la gravidanza perché obiettrice…).


Dopo questa breve visita un infermiere mi accompagna in reparto e mi assegnano un letto. Mi sistemo e poco dopo arrivano delle infermiere che mi fanno un prelievo di sangue e successivamente un elettrocardiogramma. Nel letto affianco al mio riconosco una signora che era in fila davanti a me al pronto soccorso poco prima, la sento parlare con il marito che è lì vicino a lei e capisco che si trova in ospedale per il mio stesso motivo e anche lei ha un appuntamento per la mattina dopo con la stessa dottoressa. Piange, è disperata come me, che però in quel momento non piango e anzi mi faccio forza e le parlo, cerco di darle coraggio, le dico che affronteremo insieme questa cosa terribile. Anche a lei come a me i medici non hanno dato alternative, il feto è affetto da una patologia diversa ma anch’essa incompatibile con la vita. Ha dieci anni meno di me ed è la sua prima esperienza, non ha mai partorito, ma erano due anni e mezzo che lei e il marito aspettavano questa gravidanza.” (Continua)

Ultimo aggiornamento ( domenica 06 aprile 2008 )
 
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